“DOPPIARE” – IN GERGO INTERNAZIONALE “DUBBING” – SIGNIFICA DARE VOCE AD UN ATTORE, AD UN CARTONE ANIMATO, AD UNO SPOT RADIO O TV, AD UN DOCUMENTARIO, ECC. UNA PROFESSIONE SEMPRE ARTISTICA E A VOLTE ANCHE MOLTO REMUNERATIVA

La storia di Marco è simile a quella che altri ex ragazzi e ragazze in cerca di occupazione e oggi affermati artisti di una professione affascinante e ben pagata potrebbero raccontarvi. Marco lavora dapprima come aiuto barista stagionale, poi trova impiego stabile come cameriere in un ristorante. E' apprezzato per la sua simpatia e per i modi gentili, ma in molti fanno caso anche alle sue qualità vocali. Un giorno un cliente del ristorante glielo fa notare: “Le hanno mai detto che ha una bella voce? Ha mai pensato di fare il doppiatore?”. Marco non se lo aspettava e nemmeno poteva immaginare che quel signore gentile lavorasse in pubblicità e che di lì a poco gli avrebbe presentato una casa di produzione per la quale collaborano diversi professionisti doppiatori. Quelli della casa di produzione gli raccomandano di frequentare  un corso di Doppiaggio, per cominciare. Marco individua il corso che fa per lui, si iscrive e vi partecipa con entusiasmo, passione e impegno. “Impara l’arte e mettila da parte”, si dice, perché non si sa mai. Ma questa volta Marco ha una pista calda e si ripresenta alla casa di produzione che gli ha consigliato di fare il corso di Doppiaggio, con l’attestato di frequenza in mano. Decidono di fargli fare dei provini. Il caso vuole che, di lì a poco, dopo aver ascoltato alcuni campioni di voce registrati in CD, un'importante azienda di prodotti cosmetici lo scelga per lo spot di un deodorante destinato a un pubblico giovane. La sua voce è fresca, simpatica, brillante e diversa dalle solite. Marco entra nel giro e non lo ferma più nessuno. Oggi non fa più il cameriere e non sogna di aprire un ristorante, ma lavora fattivamente come speaker pubblicitario e doppiatore di soap opera tedesche e brasiliane. Il sogno? Trasferirsi stabilmente a Roma per doppiare le produzioni americane. Molti ragazzi e ragazze come Marco si chiederanno a questo punto: doppiatori o doppiatrici si nasce o si diventa? La logica risposta è che una bella voce è certamente d’aiuto, e meglio se c’è anche il talento, ma senza ombra di dubbio una valida scuola costituisce una importante base di partenza. Il corso di Doppiaggio Censupcom, di alto livello professionale, è curato da Laura De Biasi: attrice professionista, fondatrice del Centro Superiore delle Comunicazioni e docente di esperienza ultra-ventennale, con un iter di studi all'Accademia  del Teatro Stabile di Genova e alla Guildhall School of Music and Drama di Londra. Certamente, un buon trampolino per provare a lanciarsi in questa affascinante carriera.

Alessandro Menegazzo

 

QUAL È LA DIZIONE ITALIANA UFFICIALE PER NON TRADIRE INFLESSIONI LOCALI E PER ESSERE COMUNICATORI PIÙ EFFICACI E CARISMATICI?

Nella parola “bene”, la vocale “e” ha un suono aperto o chiuso? Si pronuncia “bène” o “béne”? E nella parola “tempo”? Si dice “témpo” o “tèmpo”? E ora, attenzione al tranello: “zucchero” si dice con la “zeta dolce” come  in “zabaione”, o con la “zeta aspra” come in “pinza”? Ancora, “disegno” si pronuncia con la “esse dolce” come in “rosa” o con la “esse aspra” come in “sole” e “sale”?
Queste questioni riguardano la pronuncia ufficiale della lingua italiana. Altra cosa è quello che viene comunemente e impropriamente chiamato “accento” di una parlata regionale o locale, ma che sarebbe più appropriato chiamare “cadenza” e riguarda la modulazione del suono di una frase, più che di una singola parola. Anche questo è un fattore influente ed è perciò importante curare entrambi questi aspetti (ed altri ancora) ai fini di una buona dizione. Ma quale utilità pratica può avere il Corso di Dizione Censupcom curato da Laura De Biasi? Innanzi tutto è ovviamente raccomandato a tutti coloro che svolgono attività teatrale con la medesima docente, ma è vivamente consigliato a chiunque voglia guadagnare carisma ed efficacia comunicativa nel lavoro come in ogni occasione della vita. Un esempio pratico? Confrontiamo l’annunciatore o l’annunciatrice di un telegiornale locale con quelli di un TG nazionale. Una parlata marcatamente locale, che ne siamo coscienti o meno, ci confina immediatamente in una dimensione “provinciale”, di cronaca locale normalmente di bassa rilevanza. Viceversa, una “voce nazionale” innalza immediatamente le nostre aspettative di sentire notizie importanti, fatti rilevanti a livello nazionale o internazionale. In altre parole e in ultima analisi: ad una voce “importante” siamo automaticamente portati a dare più credito!

Alessandro Menegazzo

GLI SPETTATORI DELL’AMLETO DI SHAKESPEARE, INTENDONO GUARDARE UN ATTORE IN UN MONOLOGO, O PIUTTOSTO VIVERE IN PRIMA PERSONA IL DILEMMA INTERIORE E LA DRAMMATICA STORIA DEL PRINCIPE DI DANIMARCA?

Di fronte alle arringhe di Eschine, la gente mormorava: “Come parla bene!”. Ma quando parlava Demostene, il popolo gridava: “Schieriamoci contro Filippo!”. La differenza tra questi due politici rivali dell’antica Atene mi fa pensare a quando, di quell’attore o quell’attrice,  diciamo: “Come recita bene!” e a quando invece ci dimentichiamo degli attori e vediamo, sentiamo e “viviamo” i personaggi che interpretano, schiettamente autentici e genuinamente veri come lo siamo noi. È innegabile l’esistenza di due visioni tra loro in netta contrapposizione nell’approcciare l’attività attoriale, come ci spiega Laura De Biasi – docente di recitazione teatrale e cinematografica presso Censupcom, di cui è anche direttrice e fondatrice. Un’impostazione mira a emulare o a simulare il personaggio che l’attore interpreta, l’altra ad assumerne effettivamente la personalità, provarne le stesse emozioni ed avere reazioni “spontanee” agli stimoli esterni, guidate sì dal copione, ma genuine e vere, non artificiosamente riprodotte. Della scuola di teatro tradizionale italiana, la  “Commedia dell’Arte” –  che inscenava una “recitazione meccanicistica”,  manieristica e affettata – si è fatta una sublime forma di arte, che nella cultura del nostro Paese trova la sua espressione nelle più diffuse modalità recitative facilmente riconoscibili, ad esempio, nel teatro di Carlo Goldoni. I personaggi che ne derivarono (intorno alla metà del Cinquecento) erano “tipi fissi”, cioè caratteri stereotipati come i moderni cartoni animati e che, proprio per questa loro caratteristica, indossavano sempre il medesimo costume. Spesso portavano una maschera di cuoio, tanto da venire definiti “maschere”: Arlecchino, Pulcinella, ecc. Nascondendo il volto dietro la maschera, l’attore non lavorava con l’espressività del viso, accentuando quella corporea. Forse proprio a causa della pesante influenza storica della Commedia dell’Arte, in Italia il teatro è in in larga misura permeato da questo stile recitativo “meccanicistico”, enfatico e artificioso, piuttosto che realmente “sentito” dagli attori. Siamo talmente abituati a questa impostazione, che non ci facciamo neppure caso, quando andiamo a teatro. Come se ci fosse una recitazione “teatrale”, che implicitamente accettiamo come tale, in contrapposizione a quella del cinema anglo-americano, che invece predilige un tipo di approccio più approfondito. Qual è dunque il modo giusto di fare l’attore teatrale? Nella personale visione di chi scrive questo blog, si tratta di due diverse scuole di pensiero e pertanto entrambe meritevoli di rispetto. Tuttavia è innegabile che quando l’attore o l’attrice ci fa dimenticare che sta solo recitando e che la sua sia unicamente “finzione scenica”, il risultato è che il nostro coinvolgimento emotivo è enormemente maggiore: non distinguiamo più la “messa in scena” dalla realtà, in quanto la finzione è effettivamente realtà. L’assetto metodologico della interpretazione vera e sentita, ufficialmente definito anche metodo della “verità espressiva ed emotiva”, è attribuito al diverso contributo di alcuni Maestri statunitensi: Lee Strasberg, Stella Adler, Sanford Meisner. Questi Maestri furono influenzati dal celebre collega russo Stanislavskij, che li aveva preceduti di alcuni decenni, e realizzarono una prassi di insegnamento conosciuta come “the Method”. Questo Metodo americano è quello che orienta il lavoro del famoso Actors Studio, che ha forgiato le più grandi star di Hollywood e Broadway come Julia Roberts, Marlon Brando, Philip Seymour Hoffman, Dustin Hoffman, Kevin Spacey, Robert De Niro e tanti altri (https://it.wikipedia.org/wiki/Actors_Studio). Questa grande schiera di star ci ha condotto a comprendere che la recitazione può –  e oggi possiamo anche dire “deve” – comunicare una realtà che lo spettatore possa vivere dentro di sé. Il cinema italiano anche di oggi non ha ancora avvicinato quella “verità” bensì è facile notare una  impronta attoriale con forti influenze di una recitazione artificiale, con atteggiamenti eccessivi, modi di esprimere l’emozionalità grossolani e superficiali. Per esempio, raramente gli attori del cinema italiano utilizzano le sfumature del “non detto” o sotto-testo, per produrre quel coinvolgente flusso di emozioni che siamo abituati a vivere nel cinema americano. Nel panorama formativo delle varie scuole di recitazione, ancora oggi la prassi è di dare agli allievi un modello basato sulla finzione, sulla creazione del personaggio costruita su stereotipi, su comportamenti simbolizzati e molto lontani dalla realtà dell’espressività emozionale autentica. Molti famosi nomi italiani della recitazione che “insegnano” sono palesemente portatori di uno stile recitativo basato sulla tradizione, pertanto molto lontani dalla “verità espressiva”. In Italia, a Verona,  nei corsi di recitazione teatrale e cinematografica condotti al Censupcom da Laura De Biasi, la didattica e la prassi attoriale sono decisamente orientati al Metodo della “verità espressiva” di stampo americano.

Alessandro Menegazzo

Può un libro aiutarci a scoprire o semplicemente a ritrovare noi stessi, asuperaregli ostacoli che impediscono la nostra piena realizzazione, aspaziare in nuovi orizzonti e a vivere felicemente? La risposta è sì!

Un giorno d’inverno di tanti anni fa,  con l’auto in panne e la necessità di rimetterla in marcia al più presto,  mi ritrovai a fare l’assistente del mio meccanico di fiducia,  Fausto,  a corto di personale per un’epidemia influenzale. Mentre gli passavo i ferri come un infermiere in sala operatoria,  gli chiesi cosa l’avesse motivato a diventare un meccanico. Non dimenticherò mai il suo racconto: semplice e bellissimo.Tutto cominciò quando aveva dieci anni,  davanti alle lacrime del fratellino che gli porgeva un giocattolo rotto. Pur di vederlo tornare a sorridere,  Fausto frugò nella cassetta dei ferri di papà,  si armò di cacciavite e aprì il giocattolo: “Ho visto come era fatto dentro,  ho capito perché non funzionava più,  e l’ho rimesso a posto”,  mi disse coniugando i verbi in un improbabile tempo passato prossimo,  come si usa al nord. Nel vedere il fratellino raggiante,  ma anche orgoglioso della sua piccola impresa e gratificato da un lavoro che l’aveva divertito,  Fausto si ripromise che da grande avrebbe fatto il meccanico., Questo apparente “fuoripista” ci introduce nel vivo del tema del 5° blog Censupcom. Esattamente come accadde a Fausto con il giocattolo del fratellino,  infatti,  è possibile guardare dentro ai meccanismi della nostra mente,  capire come funzionano e imparare a porre rimedio alle cose che non vanno: in noi stessi e di conseguenza anche nelle dinamiche delle relazioni con gli altri. Tutto questo ci permetterà di ribaltare uno stato di insoddisfazione e infelicità,  sovvertendolo in una condizione diametralmente opposta,  nella quale bearsi godendosi la felicità interiore che viene dal sentirci soddisfatti di noi stessi e sereni con il mondo esterno. Sostanzialmente,  si tratterà di passare da quel frustrante senso di impotenza in cui si subiscono le circostanze della vita,  qualunque esse siano,  ad una situazione permanente e al tempo stesso dinamica in cui assumiamo il pieno controllo di noi stessi. Ci libereremo così una volta per tutte da quel devastante mix d’ansia e paura che ci frena limita. In questo modo ottimizzeremo anche i rapporti con gli altri e rigenereremo di continuo le condizioni per un’esistenza serena e gratificante  anche in presenza di conflitti avversità. Troppo bello per essere vero? No. Perché è esattamente quello che troviamo in Emozioni e Felicità,  il nuovo libro di Alberto Bonizzato,  cofondatore Censupcom con Laura De Biasi. Il carismatico autore ci conduce in un avvincente viaggio alla scoperta delle nostre dinamiche interiori,  illuminando ogni singolo meccanismo che regola il funzionamento delle relazioni umane e soprattutto facendo tesoro di una vasta e intensa esperienza di gestione dei rapporti personali. Un libro per certi versi di rilevanza accademica,  ma di pratica e intuitiva consultazione,  dove l’articolata complessità della materia trattata è stata abilmente disassemblata dall’autore in tante parti distinte che,  proprio come in un manuale d’istruzioni,  ci danno un esploso delle singole componenti del tutto. La logica espositiva non segue uno schema strettamente sequenziale,  ma piuttosto “ipertestuale”,  in quanto mutuata dalla strutturazione tipica della comunicazione verbale Web – alla quale ci stiamo sempre più abituando – adattandola efficacemente alla carta stampata., Il libro,  fresco di stampa e pubblicato da BookSprint edizioni,  è stato ufficialmente presentato presso la Biblioteca Nazionale di Roma dallo stesso Alberto Bonizzato,  che ha rilasciato una interessante intervista,  condotta da una giovane giornalista (https://www.youtube.com/watch?v=SRLxjKGM48g). Alberto Bonizzato ci intrattiene,  oltre che per l’assoluta rilevanza degli argomenti esposti,  anche per i suoi modi fortemente empatici e coinvolgenti,  con una voce sempre pacata e suadente e con un sorriso capace di sdrammatizzare anche le situazioni più spinose o ingombranti,  neutralizzandole o collocandole nella giusta dimensione.

Alessandro Menegazzo

SENSAZIONALE RISCOPERTA NEL TERZO MILLENNIO: LE PAROLE SONO FATTI

“FATTI, NON PAROLE”, SI USAVA DIRE. E SE LE PAROLE FOSSERO FATTI? CHE EFFETTIVAMENTE LO SIANO, CI SONO PROVE INCONFUTABILI. INTANTO STIAMO ASSISTENDO ALLA EVOLUZIONE SEMPRE PIÙ PRAGMATICA DELL’ANTICA ARTE DELLA RETORICA COME EFFICACE STRUMENTO PER CONSEGUIRE IL SUCCESSO OGGI

Un luogo comune duro a morire quanto un batterio resistente agli antibiotici, vorrebbe parole e fatti come una dicotomia in perenne e fiera opposizione. Quelle conterebbero poco o niente, mentre solo questi ultimi avrebbero efficacia e valore concreto: un preconcetto che bistratta le parole ed esalta i fatti, a suffragio del quale non mancano gli argomenti, sedimentati e stratificati nella comune cultura e nell’immaginario collettivo. Pensiamo alla “promessa da marinaio” o al detto latino “verba volant, scripta manent”: le parole volano via, gli scritti restano – intesi come atti giuridici o opere dell’intelletto, non come foglietti volanti (pur se i “pizzini” incastrarono Bernardo Provenzano ). C’è anche un arguto detto toscano, testimone della proverbiale rivalità tra le vicine Pisa e Livorno: “I discorsi se li porta via il vento, le biciclette i livornesi”. Insomma, secondo questa visione, la parola sarebbe un mero “flatus vocis”, un fiato che esce di bocca per perdersi nel nulla: “into thin air”, come avrebbe detto Alfred Hitchcock. Eppure e a ben vedere, da un punto di vista biomeccanico e fisico, il flusso d’aria generato dai polmoni che fa vibrare le nostre corde vocali per produrre un suono è un fatto. Di più: se ed in quanto modificazioni del mondo esterno, le parole sono fatti. Un esempio concreto? Se dico a un’altra persona qualcosa che la induce a scagliarmi contro un oggetto, è innegabile che la mia è stata un’azione che ha prodotto una reazione e dunque la mie parole sono fatti, tanto quanto il comportamento di chi, senza proferire parola, mi ha lanciato qualcosa addosso.

La cosa più interessante, è che le parole possono fare molto di più che scatenare l’ira incontrollata di qualcuno. Possono far del bene e farci ben volere, possono sedurre, persuadere, conquistare, entusiasmare e galvanizzare le persone. “Quando parlava Eschine, gli Ateniesi mormoravano: ‘Come parla bene!’. Ma quando parlava Demostene, dicevano: ‘Uniamoci contro Filippo!’”. Con questa citazione dotta, il grande pubblicitario britannico David Ogilvy sottolineava l’importanza degli argomenti concreti rispetto al vacuo bla-bla di un bel parlare fine a sé stesso. Ma dove e quando ebbe origine la Retorica? La culla fu senza dubbio la Magna Grecia e dunque l’attuale Sud Italia e ufficialmente la nascita della Retorica si fa risalire ai filosofi siracusani Corace e Tisia, allievi di Empedocle di Agrigento, che per primi si presero la briga di codificare le lezioni di eloquenza del loro Maestro, facendone dei manuali scritti. In seguito quest’arte di origine italica fu importata ad Atene dai Sofisti. Quattro secoli dopo, nella Roma repubblicana, la Retorica ebbe il più alto esponente in Cicerone – che oltre ad essere un grande arringatore, era molto avvincente anche nella descrizione dei luoghi che visitava da viaggiatore (di qui ancor oggi il modo di dire “fare da Cicerone”).

Nel Medioevo poi – per chi aveva il privilegio di studiare – la Retorica faceva parte delle Arti Liberali del Trivio insieme alla Grammatica e alla Dialettica. E oggi? Erroneamente quanto ingiustamente, la parola “retorica” si intende nel senso spregiativo di parlare o scrivere ampolloso e infarcito di inutili orpelli, ma povero di sostanza e contenuti. Purtroppo, questa accezione riduttiva e distorta ci ha fatto perdere di vista il senso originario e il valore incommensurabile dell’arte di convincere con un discorso, alle cui regole hanno contribuito pensatori immortali del calibro di Aristotele. Fortunatamente, oggi le più progredite scienze della comunicazione hanno riportato in auge la Retorica, opportunamente aggiornata in base ai nuovi linguaggi e alle mutate esigenze della società contemporanea. L’uso della parola – e della “metacomunicazione” non verbale del corpo – diventano una chiave per relazionarsi con gli altri e riuscire in ogni aspetto sociale della vita: lavorativa e non. Non a caso, il verbo “affermare”, che significa dichiarare (parlando o scrivendo), nella forma riflessiva di “affermarsi” è definito dal dizionario come “raccogliere consensi, avere successo”. Ecco quindi, sedimentata nella nostra lingua, la testimonianza del diretto rapporto causa-effetto esistente tra comunicare e riuscire. Interessante osservare anche come proprio il verbo “riuscire” in inglese si traduca in “to manage”, dunque un manager è un “riuscitore”: in ultima analisi, per definizione un manager deve avere la padronanza degli strumenti espressivi. A proposito di questi importanti aspetti, che sono oggetto delle materie di insegnamento in Censupcom , una notizia dell’ultima ora: Laura De Biasi e Alberto Bonizzato sono lieti di annunciare che sono stati coinvolti quali docenti del corso Tecniche e Psicologia della Performance, che si terrà dal 24/11 al 15/12 2016 a Milano presso la prestigiosa Università Vita-Salute San Raffaele nell’ambito del qualificante Master I livello in Retorica per le Imprese, la Politica e le Professioni 2016-2017.

Clicca qui per le informazioni sul Master

Alessandro Menegazzo

SE NON INTENDO PRENDERE ALCUNA POSIZIONE IN MERITO A QUALCOSA,  PERCHÉ NON POSSO SEMPLICEMENTE NON PRONUNCIARMI? È DAVVERO POSSIBILE ASTENERSI DAL COMUNICARE?

Oggi mettiamo sotto la lente d’ingrandimento un dilemma amletico: è possibile non comunicare nulla? La risposta è no. Che sia impossibile non comunicare alcunché è assolutamente assodato. In linea di massima,  infatti,  chi non comunica quando ci si aspetta che debba farlo,  sta in realtà comunicando. Con il suo silenzio potrà semplicemente comunicarci di non voler comunicare. O il suo tacere può significare qualcos’altro. Prendiamo ad esempio un’azienda produttrice di automobili che annunci il lancio di un nuovo modello di utilitaria. E ipotizziamo anche che,  nello stesso momento,  un concorrente comunichi l’ingresso sul mercato di una vettura sportiva. Ebbene,  tutti gli altri produttori d’auto che tacciono,  implicitamente ci stanno comunicando di non avere nuove auto nella propria gamma. Poiché non si comunica solo con parole e immagini,  ma anche con “comportamenti concludenti”,  facciamo un altro esempio interessante. Un professore dice agli allievi: “Chi non ha studiato ieri alzi la mano”. A questo punto alcuni alzano la mano,  chi con una certa prontezza,  chi tentennando un po’. Logicamente,  l’insegnate dedurrà che solo chi ha alzato la mano non ha studiato,  mentre tutti gli altri lo hanno fatto. Ad una indagine più approfondita,  potrebbe però emergere che tra coloro che hanno alzato la mano c’era anche chi aveva invece studiato,  ma non sentendosi pronto per un’eventuale interrogazione,  aveva sperato di rientrare nel gruppetto di studenti cui il professore avrebbe concesso di giustificarsi preventivamente. Viceversa,  tra quanti non hanno alzato la mano poteva nascondersi chi non aveva affatto studiato,  ma temeva di esporsi o di essere penalizzato dall’insegnante. Facciamo ora un esempio divertente. Ci troviamo allo stadio di San Siro a Milano ed è in corso il “derby”,  ovvero la sfida tra le due squadre cittadine del Milan e dell’Inter. A un certo punto,  nel settore che ospita i tifosi milanisti,  qualcuno intona un noto coretto: “Chi non salta,  chi non salta interista è,  è!”. Tutti ovviamente iniziano a saltare,  ma è chiaro che tra loro ci potranno essere anche malcapitati tifosi interisti in incognito,  juventini,  spettatori imparziali,  ecc. Il principio del“silenzio-assenso” resta però un assunto fondamentale della comunicazione,  in quanto questa si fonda sui presupposti di semplificazione,  velocità e certezza necessari alla nostra mente nella elaborazione di ogni stimolo proveniente dal mondo esterno.

COME CAMBIEREBBE LA NOSTRA VITA SE SEMPLICEMENTE FACESSIMO CASO AD ALCUNE CATTIVE ABITUDINI QUOTIDIANE INNESCANDO UN’INVERSIONE DI TENDENZA?

Eccoci già al 2° blog di Censupcom. Oggi puntiamo il faro su alcuni comportamenti sociali,  forse in apparenza banali e trascurabili,  ma la cui rimozione o correzione gioverebbe non solo a chi ci sta intorno,  ma a ben vedere e in primo luogo a noi stessi. Faremo alcuni esempi di situazioni attuate dagli altri e da noi subite,  semplicemente perché quando viviamo qualcosa sulla nostra pelle da “vittime” è più facile farci caso ed eventualmente scopriremo poi di essere stati spesso anche noi,  inavvertitamente e nostro malgrado,  “carnefici”. Primo caso. Usciamo dal condominio e premiamo il pulsante di apertura del cancelletto che dà sulla strada,  poi ci incamminiamo sul vialetto del cortile interno per raggiungere l’uscita. In quel momento entra un tizio e chiude il cancello dietro di sé senza curarsi del fatto che stavamo arrivando. Secondo caso. Stiamo scendendo da un autobus insieme ad altre persone,  ma la corpulenta signora davanti a noi,  non appena messo piede a terra,  si arresta improvvisamente ostruendo l’uscita degli altri passeggeri dietro di lei,  si guarda intorno come fosse sola al mondo e poi prosegue per la sua strada rasente all’autobus. Terzo caso. Un signore in scooter è chiaramente arrivato a destinazione,  ma lascia il motore acceso per ancora un minuto almeno: nel frattempo consulta lo smartphone,  si leva il casco con molta calma,  scende dal motociclo e finalmente si decide a spegnare il motore,  cessando così il suo inquinamento chimico e acustico. Ultimo caso. Vediamo una ragazza lasciare che il suo cane espleti i bisogni fisiologici e subito dopo allontanarsi tranquillamente con l’animale al guinzaglio. La richiamiamo allora al suo dovere civico,  dicendole di aver saputo di una persona anziana che qualche anno prima aveva riportato la frattura di un femore per essere scivolata su un escremento,  terminando poi la sua esistenza in ospedale.  Leggiamo negli occhi della ragazza tutto il rammarico per la propria incivile negligenza. Non intendiamo qui addossare ad alcuno colpe più grandi del dovuto. Solo osservare che,  con qualche piccola attenzione in più,  si vive tutti meglio.

TRASFORMATEVI IN CIÒ CHE VORRESTE ESSERE CON I NOSTRI PERCORSI DI CRESCITA PERSONALE E INIZIATE SUBITO A VIVERE MEGLIO

Benvenuti al 1° blog ufficiale di Censupcom.  Per questo esordio abbiamo voluto un titolo che esprimesse in sintesi quello che ogni giorno è lo scopo della nostra attività. Cosa vuol dire diventare la bella copia di sé stessi? Partiamo da una citazione di Ernest Hemingway che ci colpisce sempre: “The first draft of anything is shit”, la brutta copia di qualunque cosa è m… (materia organica di scarto prodotta da tutti gli esseri viventi del regno animale). Ovviamente il grande scrittore americano si riferiva al suo mestiere, ma crediamo che questa massima possa essere dilatata ad ogni aspetto della nostra vita e trovare pratica applicazione quotidiana. Proprio come la prima stesura di un’opera letteraria, ciascuno di noi viene come viene, con pregi e difetti. Ma se siamo animati dalla volontà di migliorarci e lavoriamo con impegno e costanza ecco che, come per magia, riusciremo a smussare gli spigoli, ad appianare le asperità, a compensare le lacune e ad accentuare per contro i nostri punti di forza. Avremo così modo di diventare giorno per giorno e sempre più “la bella copia” di noi stessi. Di noi stessi, ripetiamo e sottolineiamo, perché non siamo chiamati ad imitare gli altri, ad essere chi non siamo, a diventare qualcun altro o (peggio) ad omologarci a modelli imposti e stereotipati. Ognuno di noi, infatti, è unico e irripetibile, ha qualità, talenti e valori da esprimere nella propria specifica identità. E di questa ricchezza individuale beneficiamo tutti. Coltivando e sviluppando tutto ciò che c’è di positivo nella nostra unicità, infatti, potremmo essere utili a noi stessi e a chi ci sta intorno: nella sfera affettiva, in famiglia e in ogni contesto sociale più allargato. In quanto Associazione Culturale con una funzione sociale riconosciuta dall’ordinamento giuridico del nostro Stato, Censupcom offre metodi innovativi per fare emergere le capacità intrinseche di ciascuno nella relazione individuale e con il pubblico, avvalendosi della pratica delle più aggiornate tecniche di comunicazione. La comprovata efficacia dei nostri metodi è documentata da anni di applicazione in situazioni differenti, che spaziano dalla vita lavorativa a quella di relazione. Perché, in ultima analisi "siamo ciò che comunichiamo di essere".