Lunedì, 17 Ottobre 2016 15:57

DALL’ANTICA ATENE ALL’ATENEO AMBROSIANO: LAURA DE BIASI E ALBERTO BONIZZATO, TRA I DOCENTI DEL MASTER I LIVELLO IN RETORICA PER LE IMPRESE, LA POLITICA E LE PROFESSIONI, PRESSO L’UNIVERSITÀ VITA-SALUTE SAN RAFFAELE DI MILANO

SENSAZIONALE RISCOPERTA NEL TERZO MILLENNIO: LE PAROLE SONO FATTI

“FATTI, NON PAROLE”, SI USAVA DIRE. E SE LE PAROLE FOSSERO FATTI? CHE EFFETTIVAMENTE LO SIANO, CI SONO PROVE INCONFUTABILI. INTANTO STIAMO ASSISTENDO ALLA EVOLUZIONE SEMPRE PIÙ PRAGMATICA DELL’ANTICA ARTE DELLA RETORICA COME EFFICACE STRUMENTO PER CONSEGUIRE IL SUCCESSO OGGI

Un luogo comune duro a morire quanto un batterio resistente agli antibiotici, vorrebbe parole e fatti come una dicotomia in perenne e fiera opposizione. Quelle conterebbero poco o niente, mentre solo questi ultimi avrebbero efficacia e valore concreto: un preconcetto che bistratta le parole ed esalta i fatti, a suffragio del quale non mancano gli argomenti, sedimentati e stratificati nella comune cultura e nell’immaginario collettivo. Pensiamo alla “promessa da marinaio” o al detto latino “verba volant, scripta manent”: le parole volano via, gli scritti restano – intesi come atti giuridici o opere dell’intelletto, non come foglietti volanti (pur se i “pizzini” incastrarono Bernardo Provenzano ). C’è anche un arguto detto toscano, testimone della proverbiale rivalità tra le vicine Pisa e Livorno: “I discorsi se li porta via il vento, le biciclette i livornesi”. Insomma, secondo questa visione, la parola sarebbe un mero “flatus vocis”, un fiato che esce di bocca per perdersi nel nulla: “into thin air”, come avrebbe detto Alfred Hitchcock. Eppure e a ben vedere, da un punto di vista biomeccanico e fisico, il flusso d’aria generato dai polmoni che fa vibrare le nostre corde vocali per produrre un suono è un fatto. Di più: se ed in quanto modificazioni del mondo esterno, le parole sono fatti. Un esempio concreto? Se dico a un’altra persona qualcosa che la induce a scagliarmi contro un oggetto, è innegabile che la mia è stata un’azione che ha prodotto una reazione e dunque la mie parole sono fatti, tanto quanto il comportamento di chi, senza proferire parola, mi ha lanciato qualcosa addosso.

La cosa più interessante, è che le parole possono fare molto di più che scatenare l’ira incontrollata di qualcuno. Possono far del bene e farci ben volere, possono sedurre, persuadere, conquistare, entusiasmare e galvanizzare le persone. “Quando parlava Eschine, gli Ateniesi mormoravano: ‘Come parla bene!’. Ma quando parlava Demostene, dicevano: ‘Uniamoci contro Filippo!’”. Con questa citazione dotta, il grande pubblicitario britannico David Ogilvy sottolineava l’importanza degli argomenti concreti rispetto al vacuo bla-bla di un bel parlare fine a sé stesso. Ma dove e quando ebbe origine la Retorica? La culla fu senza dubbio la Magna Grecia e dunque l’attuale Sud Italia e ufficialmente la nascita della Retorica si fa risalire ai filosofi siracusani Corace e Tisia, allievi di Empedocle di Agrigento, che per primi si presero la briga di codificare le lezioni di eloquenza del loro Maestro, facendone dei manuali scritti. In seguito quest’arte di origine italica fu importata ad Atene dai Sofisti. Quattro secoli dopo, nella Roma repubblicana, la Retorica ebbe il più alto esponente in Cicerone – che oltre ad essere un grande arringatore, era molto avvincente anche nella descrizione dei luoghi che visitava da viaggiatore (di qui ancor oggi il modo di dire “fare da Cicerone”).

Nel Medioevo poi – per chi aveva il privilegio di studiare – la Retorica faceva parte delle Arti Liberali del Trivio insieme alla Grammatica e alla Dialettica. E oggi? Erroneamente quanto ingiustamente, la parola “retorica” si intende nel senso spregiativo di parlare o scrivere ampolloso e infarcito di inutili orpelli, ma povero di sostanza e contenuti. Purtroppo, questa accezione riduttiva e distorta ci ha fatto perdere di vista il senso originario e il valore incommensurabile dell’arte di convincere con un discorso, alle cui regole hanno contribuito pensatori immortali del calibro di Aristotele. Fortunatamente, oggi le più progredite scienze della comunicazione hanno riportato in auge la Retorica, opportunamente aggiornata in base ai nuovi linguaggi e alle mutate esigenze della società contemporanea. L’uso della parola – e della “metacomunicazione” non verbale del corpo – diventano una chiave per relazionarsi con gli altri e riuscire in ogni aspetto sociale della vita: lavorativa e non. Non a caso, il verbo “affermare”, che significa dichiarare (parlando o scrivendo), nella forma riflessiva di “affermarsi” è definito dal dizionario come “raccogliere consensi, avere successo”. Ecco quindi, sedimentata nella nostra lingua, la testimonianza del diretto rapporto causa-effetto esistente tra comunicare e riuscire. Interessante osservare anche come proprio il verbo “riuscire” in inglese si traduca in “to manage”, dunque un manager è un “riuscitore”: in ultima analisi, per definizione un manager deve avere la padronanza degli strumenti espressivi. A proposito di questi importanti aspetti, che sono oggetto delle materie di insegnamento in Censupcom , una notizia dell’ultima ora: Laura De Biasi e Alberto Bonizzato sono lieti di annunciare che sono stati coinvolti quali docenti del corso Tecniche e Psicologia della Performance, che si terrà dal 24/11 al 15/12 2016 a Milano presso la prestigiosa Università Vita-Salute San Raffaele nell’ambito del qualificante Master I livello in Retorica per le Imprese, la Politica e le Professioni 2016-2017.

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Alessandro Menegazzo

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