Lunedì, 06 Febbraio 2017 16:51

ESSERE O SOLO SIMULARE? La differenza tra la finzione della recitazione e un'interpretazione autentica

GLI SPETTATORI DELL’AMLETO DI SHAKESPEARE, INTENDONO GUARDARE UN ATTORE IN UN MONOLOGO, O PIUTTOSTO VIVERE IN PRIMA PERSONA IL DILEMMA INTERIORE E LA DRAMMATICA STORIA DEL PRINCIPE DI DANIMARCA?

Di fronte alle arringhe di Eschine, la gente mormorava: “Come parla bene!”. Ma quando parlava Demostene, il popolo gridava: “Schieriamoci contro Filippo!”. La differenza tra questi due politici rivali dell’antica Atene mi fa pensare a quando, di quell’attore o quell’attrice,  diciamo: “Come recita bene!” e a quando invece ci dimentichiamo degli attori e vediamo, sentiamo e “viviamo” i personaggi che interpretano, schiettamente autentici e genuinamente veri come lo siamo noi. È innegabile l’esistenza di due visioni tra loro in netta contrapposizione nell’approcciare l’attività attoriale, come ci spiega Laura De Biasi – docente di recitazione teatrale e cinematografica presso Censupcom, di cui è anche direttrice e fondatrice. Un’impostazione mira a emulare o a simulare il personaggio che l’attore interpreta, l’altra ad assumerne effettivamente la personalità, provarne le stesse emozioni ed avere reazioni “spontanee” agli stimoli esterni, guidate sì dal copione, ma genuine e vere, non artificiosamente riprodotte. Della scuola di teatro tradizionale italiana, la  “Commedia dell’Arte” –  che inscenava una “recitazione meccanicistica”,  manieristica e affettata – si è fatta una sublime forma di arte, che nella cultura del nostro Paese trova la sua espressione nelle più diffuse modalità recitative facilmente riconoscibili, ad esempio, nel teatro di Carlo Goldoni. I personaggi che ne derivarono (intorno alla metà del Cinquecento) erano “tipi fissi”, cioè caratteri stereotipati come i moderni cartoni animati e che, proprio per questa loro caratteristica, indossavano sempre il medesimo costume. Spesso portavano una maschera di cuoio, tanto da venire definiti “maschere”: Arlecchino, Pulcinella, ecc. Nascondendo il volto dietro la maschera, l’attore non lavorava con l’espressività del viso, accentuando quella corporea. Forse proprio a causa della pesante influenza storica della Commedia dell’Arte, in Italia il teatro è in in larga misura permeato da questo stile recitativo “meccanicistico”, enfatico e artificioso, piuttosto che realmente “sentito” dagli attori. Siamo talmente abituati a questa impostazione, che non ci facciamo neppure caso, quando andiamo a teatro. Come se ci fosse una recitazione “teatrale”, che implicitamente accettiamo come tale, in contrapposizione a quella del cinema anglo-americano, che invece predilige un tipo di approccio più approfondito. Qual è dunque il modo giusto di fare l’attore teatrale? Nella personale visione di chi scrive questo blog, si tratta di due diverse scuole di pensiero e pertanto entrambe meritevoli di rispetto. Tuttavia è innegabile che quando l’attore o l’attrice ci fa dimenticare che sta solo recitando e che la sua sia unicamente “finzione scenica”, il risultato è che il nostro coinvolgimento emotivo è enormemente maggiore: non distinguiamo più la “messa in scena” dalla realtà, in quanto la finzione è effettivamente realtà. L’assetto metodologico della interpretazione vera e sentita, ufficialmente definito anche metodo della “verità espressiva ed emotiva”, è attribuito al diverso contributo di alcuni Maestri statunitensi: Lee Strasberg, Stella Adler, Sanford Meisner. Questi Maestri furono influenzati dal celebre collega russo Stanislavskij, che li aveva preceduti di alcuni decenni, e realizzarono una prassi di insegnamento conosciuta come “the Method”. Questo Metodo americano è quello che orienta il lavoro del famoso Actors Studio, che ha forgiato le più grandi star di Hollywood e Broadway come Julia Roberts, Marlon Brando, Philip Seymour Hoffman, Dustin Hoffman, Kevin Spacey, Robert De Niro e tanti altri (https://it.wikipedia.org/wiki/Actors_Studio). Questa grande schiera di star ci ha condotto a comprendere che la recitazione può –  e oggi possiamo anche dire “deve” – comunicare una realtà che lo spettatore possa vivere dentro di sé. Il cinema italiano anche di oggi non ha ancora avvicinato quella “verità” bensì è facile notare una  impronta attoriale con forti influenze di una recitazione artificiale, con atteggiamenti eccessivi, modi di esprimere l’emozionalità grossolani e superficiali. Per esempio, raramente gli attori del cinema italiano utilizzano le sfumature del “non detto” o sotto-testo, per produrre quel coinvolgente flusso di emozioni che siamo abituati a vivere nel cinema americano. Nel panorama formativo delle varie scuole di recitazione, ancora oggi la prassi è di dare agli allievi un modello basato sulla finzione, sulla creazione del personaggio costruita su stereotipi, su comportamenti simbolizzati e molto lontani dalla realtà dell’espressività emozionale autentica. Molti famosi nomi italiani della recitazione che “insegnano” sono palesemente portatori di uno stile recitativo basato sulla tradizione, pertanto molto lontani dalla “verità espressiva”. In Italia, a Verona,  nei corsi di recitazione teatrale e cinematografica condotti al Censupcom da Laura De Biasi, la didattica e la prassi attoriale sono decisamente orientati al Metodo della “verità espressiva” di stampo americano.

Alessandro Menegazzo

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